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La donna degli alberi. Lorenzo Marone. Edito da I Narratori Feltrinelli.

Sono davvero combattuta ed indecisa su cosa scrivere rispetto a questo romanzo. 

Ho fatto molta fatica a leggerlo, l ho cercato di comprendere nel profondo, ci tenevo, sentivo mi volesse dire qualcosa. L’ho acquistato senza ripensamenti dopo averlo visto in vetrina Feltreinelli a Udine e dopo aver letto la sinossi (Una baita nel bosco e una donna. Un inverno da attraversare. la legge del Monte e il miracolo della vita): mi ricordava quel mio momento (molto duro) nel 2017 in cui decisi di chiudere uno dei più importanti capitolo della mia vita internazionale, il lavoro sognato, perfetto, arricchente interiormente (non di certo economicamente) ma insieme stremante e spezzante emotivamente e andare a vivere in montagna per ritrovare il silenzio e la pace ed occuparmi della libera professione nella mia regione d’ origine dalla quale ero partita dopo il liceo.

Mentre leggevo ho trovato a tratti delle brevi frasi davvero ben scritte, le quali mi colpivano, dei messaggi importanti che pero poi restavano isole, non nutrivano la mia curiosità di voler sapere di più, soprattutto di questi personaggi: perché lei sente quello che dice di sentire, da dove viene, chi è, e lo straniero, anche lui, chi è, che vita ha avuto, anche lui si è rifugiato in montagna? Scappando da cosa? Volevo conoscere le loro storie, perché le nostre vite, in fondo, parlano di noi.

Forse l’autore ha scelto deliberatamente di lasciare anche i personaggi come isole nel vuoto, come le belle frasi intellettualmente curiose che mi hanno colpita (poche), ma non riesco a capire, mi da la sensazione di non finito, come di un’idea buttata lì ma non sviluppata pienamente.

Ognuno di noi ha una storia interessante, magica da ascoltare, ma deve essere raccontata.

Qui viene stroncata, per dare spazio, sì, forse alle sensazioni dal bosco, del vivere la quotidianità e il procedere della natura. Dalla mia esperienza personale nei tre anni vissuti in montagna, manca però qualcosa, sono continui accenni a qualcosa di più profondo, che merita questa profondità, che qui viene solo accennata.

Grande fatica nel leggere, frasi a tratti molto belle ma come ho detto, sole, che accanto ad altre perdono il loro valore. 

Finalmente, a metà libro, ma appena a metà, accade qualcosa (evento tragico ma naturale) (e per fortuna!) e il libro si risveglia, la protagonista comincia a vivere, grazie al dolore.

Questo mi ricorda molte persone (o di quasi tutti noi?), che hanno bisogno proprio di un’esperienza difficile, a volte tragica per risvegliarsi da un’ esistenza passiva, si illuminano, finalmente si rivelano senza paura, e vivono la quotidianità delle piccole grandi cose come doni (che sono) meravigliosi. 

Sì alla fine sono puri i messaggi che l’autore cerca di passare, concediamoglielo; avrei però evitato volentieri l’agonìa della prima metà del libro, di una donna in fuga ma senza contatto con se stessa, sarebbe forse stato più facile farci sapere cosa c’era stato prima e come e perché lei avesse deciso di arrivare a quella baita. Forse l’autore lo credeva banale, ma la chiarezza a volte, (se non sei Alessandro Barrico che pur nella sua magica poesia, resta chiaro) è dovuta.

Senza chiarezza (la natura è la prima ad insegnarcela in fondo, non ha dubbi, i cicli sono gli stessi e si ripetono) si fatica ad entrare nel vivo del messaggio (naturale), nelle voci troppo silenziose della foresta, che silenziose non sono, infatti la protagonista arriva ad un certo punto a sentire tutto.

Chi ci vive lo sa, Tutto è vivo lassù, basta saperlo guardare e sentire. 

Ma solo vivendoci forse lo si può capire.

(Che poi l‘inverno è veramente duro da attraversare, specialmente a marzo quando in pianura risboccia tutto e tutto diventa verde, lassù a volte nevica fino a maggio e tu che vuoi risbocciare, devi aspettare ancora)

Dedicato ai miei amici di Camporosso in Valcanale, a Tarvisio (Ud).

A chi consiglio questo libro?

A chi vive lontano dalla natura, sia fuori che dentro, e cerca un minimo contatto con essa; a chi è solito lamentarsi di quanto la sua quotidianità sia noiosa e blanda, a chi in questo periodo è oppresso dai limiti imposti dalla pandemia e si sente sfortunato; per riuscire a comprendere come le piccole cose come prepararsi un tè o guardare un albero dalla finestra siano, in fondo, la vita.

A chi cerca la solitudine e non ne ha paura, a chi è solo e non vorrebbe esserlo (a volte invece è proprio lo stare solo che ti serve e stando solo lo capisci, dopo un pò).

A chi ha bisogno di comprendere che la vita dà e la vita toglie, siamo all’interno di cicli vitali naturali, come gli alberi, i fiori e gli altri animali, non siamo al di sopra di essi in quanto esseri umani.

La pandemia del Covid 19 è solo una delle svariate esperienze che ce lo può insegnare.

Buona lettura, io non credo comunque che leggerò altri romanzi dell’autore, in quanto lo stile letterario non mi ha colpito, ma sono prontissima a cambiare idea.

Felice di ascoltare il vostro vissuto a riguardo.

Om.

studioparvati

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